Le Mine

Le mine

Per la Ong inglese Halo Trust, dall’invasione sovietica a oggi, cioè in trent’anni, sono almeno 640mila le mine sparpagliate per l’Afghanistan. Sono ordigni antiuomo e anticarro. A queste si sono aggiunti tutti gli ordigni, come le cluster bombs, sganciati dagli Usa appena iniziata la guerra contro il regime Taliban: solo nel periodo 2001-2002 pare siano state sganciate 250mila cluster bombs. Il risultato è che, in trent’anni, 400mila afgani – quasi tutti civili – sono stati uccisi o mutilati dalle mine. Gli esperti dicono che per bonificare completamente il territorio afgano, ai ritmi attuali, ci vorrebbero più di quattromila anni.

La Missione

La missione

shindand

Con l’approvazione della risoluzione n. 1386, il consiglio di Sicurezza dell’Onu ha autorizzato, il 20 dicembre 2001, il dispiegamento in Afghanistan di una Forza multinazionale denominata Isaf (International Secutity Assistance Force), con il compito di assistere le istituzioni politiche afgane a mantenere la sicurezza nel Paese. Dall’agosto 2003 la responsabilità dell’operazione Isaf è stata assunta dalla Nato e viene eseguita, con comandi a rotazione, da militari appartenenti a 38 nazioni. Dal comandante di Isaf (attualmente il generale David Petraeus) dipendono cinque comandi regionali: North, West, South, East e Capital nonché i Prt (Provincial Reconstruction Team), organizzazioni miste civili e militari che si concentrano sui processi di ricostruzione socio-economica. L’Italia, dal 4 agosto 2005 e per nove mesi, ha avuto la leadership dell’Isaf VIII, al comando del generale di corpo d’armata Mauro Del Vecchio.

Dal 20 aprile 2010 il contingente nazionale di stanza a Herat, che opera nel Regional Command West, zona sotto responsabilità italiana, è al comando del generale Claudio Berto, che in Italia guida la brigata alpina Taurinense. Il Regional Command West si estende su un’ampia regione dell’Afghanistan occidentale grande quanto il Nord Italia e comprende le province di Herat, Badghis, Ghowr e Farah. Nel Regional Command West sono presenti 6mila militari di 12 nazioni: 3.227 sono italiani. Di questi, 1800 sono alpini e si dividono in tre Task Forces - North, Center, South - a Bala-Murghab, Shindand, Farah. A Herat sono presenti anche uomini e mezzi della marina militare, dell’aeronautica, dei carabinieri e della guardia di finanza.

Nei prossimi mesi il contingente italiano sarà impegnato nelle elezioni parlamentari di settembre con l’operazione “Census”: 20 controlli al giorno per verificare la sicurezza di 1113 seggi elettorali e sventare eventuali attentati. Anche qui è richiesto il massimo sforzo agli Alpini che, il 16 giugno scorso, hanno festeggiato nella base di Shindand i 95 anni del terzo reggimento. 

La "Pax Italiana" passa a Nordovest

trincea

 

SHINDAND (HERAT) – Il capo di tutti i villaggi della zona di Shawz, tra la base avanzata di Shindand e la Zeerko Valley, a più di 100 chilometri da Herat, incontra da giorni la delegazione italiana del Regional Command West.

Aka Fasul Ahmad e il capitano Luca Bordoni prendono il tè per l’ennesima shura vicino ad un ceck point della polizia afgana. Le parole ricorrenti sono sicurezza, lavoro, infrastrutture, istruzione, accompagnate da cenni del capo e promesse reciproche di collaborazione.

Qui si arriva attraverso l’unica autostrada afgana, la Highway Road One: un percorso nel deserto di pietre e sabbia, poche casupole ai margini della strada, un solo villaggio più grande con un mercato, Aziz Abad, un solo distributore di benzina. Aka Fasul Ahmad ha chiesto un pozzo e i lavori hanno avuto il via due settimane fa, dopo l’accordo con le ditte locali e l’assunzione dei lavoratori del villaggio. Adesso ribadisce: «Gli italiani ci devono aiutare: abbiamo bisogno di sicurezza per noi e per la polizia afgana contro gli insorgenti che non vorrebbero stessimo a fianco del governo e delle Forze di coalizione. Ditelo al vostro presidente del Consiglio: i vostri soldati devono restare qui ».

La richiesta di questo elder afgano suonerebbe fuori contesto, se non fosse che ciò che accade in questo Paese incide da trent’anni sulla storia degli equilibri internazionali. Mentre la Nato, dopo la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza Atlantica a Bruxelles, il 10 giugno scorso, sta valutando come dare seguito alla exit strategy annunciata da Obama, e fa i conti con un deficit di 640 milioni di dollari, i militari dell’Isaf si trovano tutti i giorni a combattere con gli Ied (Improvised Esplosive Disposal), le bombe fatte in casa dagli “insorti”, con materiali di fortuna come fertilizzante e gasolio, e poi nascoste sotto la strada, attivate a distanza, o da un piatto a pressione.

Le ultime sono esplose proprio a Shindand, una nel deserto all’ingresso della Zeerko Valley, a 12 chilometri dalla base italiana: per i cinque alpini sul blindato Lince ci sono state solo ferite leggere. L’altra è stata trovata sulla Highway One, sul ciglio della strada, dentro a un tombino in cemento per la canalizzazione dell’acqua. «Siamo stati allertati dalla polizia locale, – racconta il tenente del 32esimo reggimento genio guastatori Stefano Zonzin –. Era un ordigno con 50kg di esplosivo di media potenza, forse radiocomandato. Se fosse scoppiato avrebbe avuto un effetto cannone sulle condutture dell’acqua». Questa, a Shindand, e in tutto il settore Ovest del Paese, è normale amministrazione.

Dal 20 maggio a oggi sono 42 gli Ied rivenuti vicino alle basi italiane: 12 a Bala Murghab, 4 a Shindand, 26 a Sud, nella zona di Farah. E a questo conteggio vanno aggiunti anche gli incidenti durante i pattugliamenti, come quello che ha portato alla morte del caporal maggiore Francesco Saverio Positano.

Il colonnello Giulio Lucia comanda la Task Force Center di Shindand: «La nostra area di competenza, passando per la valle di Pharsi, si estende fino alla Zeerko Valley, una zona che fino a un anno fa era considerata off limits per noi, perché terra di insorti. Le minacce per popolazioni e polizia afgana locale vengono soprattutto da qui».

La Zeerko Valley, in un territorio che, da Shindand in giù, conta più di 269mila abitanti, di cui il 75% di etnia pashtun, il 15% tagika e il restante 10% turkmena e kucha, è il regno di due tribù, i Nurzai e gli Achakzai, che hanno interessi locali comuni nella coltivazione dell’oppio ma interessi politici opposti.

«Anche nella valle di Pharsi – rivela il comandante Lucia – assistiamo agli assalti da parte di insorgenti a interi villaggi». È il caso della piccola realtà di Chahak, 250 anime e qualche capra in più su una strada sterrata denominata Teitan. Cher Ahmad, il capovillaggio, chiede assistenza per greggi e bambini, si dichiara “antitalebano e democratico”, denuncia episodi di violenza e furti nella notte. «Nel villaggio di Nagal, che si trova oltre un passo di montagna visibile a occhio nudo – il  comandante Lucia ci indica la località –, sono state segnalate presenze di uomini armati di notte».

Ma la trincea vera, in Afghanistan, è a Bala Murghab, Nord-Ovest, 230 chilometri da Herat, dove un mese fa sono morti il sergente maggiore Massimiliano Ramadù e il primo caporal maggiore Luigi Pascazio. La zona è di massimo interesse per Isaf che desidera allargare il controllo per arrivare a completare la Ring Road, una strada asfaltata a scorrimento veloce che dovrà collegare tutte le più importanti città afgane, formando un anello di viabilità. Il passaggio attraverso i villaggi è più difficile che altrove: la presenza dei soldati è salutata con una muta indifferenza e non si scende dai blindati.

La base avanzata è un avamposto di sabbia e sacchi, temperature altissime, con una media di 47 gradi all’ombra. Qui si smina, si pattuglia, si scavano trincee con pala e piccone, si risponde al fuoco nemico. Il colonnello Massimo Biagini, che comanda il secondo reggimento alpini di Cuneo, ci porta sul caposaldo “Cavour”: «Siamo ancora in una fase di “pulizia”. Abbiamo costruito dei capisaldi, insieme alle forze afgane e americane, e da lì rispondiamo al fuoco degli insorti, cercando di allargarci a Nord».

Questa è una zona di resistenza, dove la vicinanza con l’Iran accende l’interesse dei gruppi antigovernativi. La vita di trincea è spartana ma il caporal maggiore scelto Mirella Labriola, che comanda la sua squadra al Cavour, ci confessa: «Ciò che rende veramente difficile il nostro lavoro qui è l’imprevedibilità».

Dal 20 maggio ad oggi, quasi tutti gli episodi di attacchi con armi leggere e pesanti nel settore Ovest si sono verificati in questa zona, dove si può arrivare solo in elicottero. In tutto, gli attacchi sono stati 37 in meno di un mese e a 15 è stato risposto con i mortai. Ma in questi giorni è stata osservata una tregua da ambo le parti: a Bala-Murghab si raccoglie il grano e tutto tace. 

Intervista al generale Berto

CAMP ARENA (HERAT) - «Sono un fermo sostenitore della dottrina McChrystal e sono convinto che il suo sia stato il modo migliore di condurre le operazioni in Afghanistan». Il generale Claudio Berto, a capo del Regional Command West, si esprime così, alla luce della rimozione, decisa dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama, del General Commander statunitense dall’incarico assunto nel giugno 2009.

«Il punto di forza della dottrina McChrystal – continua Berto – è concentrare tutte le attività militari nella protezione della popolazione. Da questa scelta derivano una serie di attenzioni, azioni o inazioni fondamentali in questo teatro di guerra».

Ad esempio?

«A Farah e Shindand siamo riusciti a conquistare e mantenere libertà di movimento sul territorio sia di giorno che di notte. La popolazione collabora attivamente con noi, segnalandoci pericoli, ordigni esplosivi improvvisati nelle strade di passaggio dei convogli, ci chiede protezione dagli insorgenti».

Non si può ancora dire lo stesso della zona a Nord-Ovest, a Bala Murghab.

«Qui siamo ancora nella fase di allargamento della cosiddetta bolla di sicurezza – un’area che presidiamo con dei capisaldi – e che adesso si estende fino a quasi 10 chilometri intorno alla base. Con questa operazione, denominata “Buongiorno”, ed eseguita spalla a spalla, un chilometro al giorno, insieme a militari afgani e americani, abbiamo fatto in modo che la popolazione sfollata altrove potesse tornare ad abitare nei villaggi vicini per lavorare la terra».

Ma, ad un chilometro al giorno, quanto tempo durerà la missione della Nato in Afghanistan? «Le attività contro gli insorgenti sono il fattore cruciale della riuscita della missione. Credo che riusciremo ad andarcene in un lasso ragionevole di tempo, quando le forze di sicurezza afgane riusciranno a prendere in mano la situazione da sole».

Non è la prima volta per lei, nel Paese. Nel 2003 era un comandante di livello tattico. I rischi per le forze Isaf sono diminuiti o sono aumentati sul terreno?

«La situazione del 2003 era quella di un Paese appena liberato, in fase di ricostruzione subito dopo la guerra, e l’esercito afgano era stato appena reclutato. Il rischio per le truppe Isaf, oggi, è più o meno lo stesso di allora, anche se la campagna condotta dai Taliban con gli ordigni esplosivi è più complessa da affrontare. Nonostante questo, in città come Herat la vita è tornata normale».

Ma lei pensava che sarebbe ritornato qui dopo sette anni?

«No, pensavo che il problema si risolvesse prima. Ma a volte non si tengono sufficientemente in conto le lezioni del passato: se guardiamo all’esperienza britannica in Malesia dove è nato il famoso motto “conquistare i cuori e le menti della popolazione”, ci rendiamo conto che qui, con McChrystal, si stava perseguendo questo obiettivo con particolare vigore, mentre prima era una strategia di secondo piano. McChrystal ci ha insegnato che le operazioni militari si possono fare anche così». 

Avvenire 11-06-11

Avvenire 11/06/2011

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