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Cose da Babilonia 3

 

Il metodo Stanislavskij

Le vite degli altri continuano a piacere ai neo governi del Medioriente. Nel "tutto cambia affinché tutto resti come prima", questo divertimento è assicurato. Controllare è uno sport di società che si gioca a mano libera e facendo i bari: l'importante è sempre il risultato.

 

Il reporter occidentale, che su questi argomenti è più naive dei colleghi africani o asiatici - alle prese quotidianamente con la (negata) libertà di stampa e d'opinione - rischia di cascarci come un pollo. Ma ci sono dei casi in cui i servizi segreti, presumendo esattamente ciò, danno prova di non essere più quelli di una volta.

 

 

Sentite questa. Un reporter occidentale di sesso femminile partecipa a un incontro molto paludato in cui un ministro magnifica l'importanza delle nove Muse. "La letteratura, il teatro e il cinema in particolare sono un orgoglio per la nostra cultura: vogliamo continuare con la tradizione del nostro Paese che ha sempre stabilito ponti con l'Europa". Detto ciò, il ministro loda il metodo Stanislavskij per il teatro e il cinema. Non sembra rapito nelle sue riflessioni, ma è solo da una incrinatura leggera della voce che capisci potrebbe calarsi in una qualche emozione. Lo sguardo puntuto si mantiene fisso su una tazza di the, immobile, impenetrabile. Se l'obiettivo è la perfetta istituzionalità, il ministro ha studiato il metodo e lo applica con diligenza. Se ha un passato da attore, adesso gioca perfettamente il ruolo dell'uomo di potere. Il rituale istituzionale finisce con una distribuzione di preziosi volumi, scritti dal ministro intellettuale. Foto e stretta di mano.

 

Qualche ora dopo, il reporter occidentale, ben visibile agli occhi dei più a causa della combinazione sesso femminile+telecamera in spalla+straniera, si trova a conversare con ragazzi molto giovani. Si parla di cinema, giornalismo, documentari. Si parla di nuove generazioni, della necessità di avere il sostegno del governo per nuove attività culturali, e quello della comunità internazionale per favorire la ricostruzione di un Paese già piegato in due dalla guerra e che fatica a rialzarsi.

 

Dal gruppo si stacca una ragazzina disinibita: avrà non più di 16 anni, non veste l'hijab, è molto alla moda. Occhiali da vista Rayban, jeans attillati, braccia scoperte. Inizia a gatteggiare, ad abbracciarti, a dire cose sconsiderate come: "Ti amo, sei bellissima, posso sedermi vicino a te". Il mondo è vario, strano, complicato: la reporter lo sa e, per il momento, lascia fare a metà ciò che la ragazzina dichiara di desiderare. La lascia sedere vicina ma su un'altra sedia, continua a conversare con gli altri. Lolita cerca anche di buttare l'occhio sullo smartphone della reporter, poggiato sul tavolo. Lei se ne accorge, lo mette in tasca e nel frattempo si fa qualche ragionamento: chi è questa creatura curiosa che, in un paese arabo abbastanza conservatore, rischia di essere giudicata per una presunta omosessualità da chi le sta intorno? Se fosse vero, sarebbe un caso interessante, una storia da raccontare.

 

Così, la reporter decide che bisogna radiografare Lolita per capire meglio chi sia. La "bimba", pressata da qualche domanda, dimostra (o fa finta, of course) di non conoscere l'arabo. Parla curdo ma ha un accento che non è originale. Alla fine, con un certo imbarazzo, dichiara di essere turkmena. Con la reporter non parla nemmeno inglese, se non per ripetere quelle quattro frasi in croce. Le fa da tramite un ragazzotto che la accompagna, con qualche anno di più. Il ragazzotto ha al collo una Nikon D70 e un ottimo tele. Non è povero, è evidente. Oppure la camera non è sua. Con Lolita ha un atteggiamento ambiguo: non è distaccato, non è affettuoso. Le parla sottovoce. C'è un che di autoritario in lui; in entrambi un'intesa che non diresti sessuale. Se la dovessimo definire, questa intesa potrebbe essere un cameratismo formale ma gerarchizzato: l'uno da ordini, l'altra li esegue.

 

Il meglio arriva appena tutti gli altri ragazzi vanno via. Strano che i due, alle 10 di sera, in una città tra le più pericolose al mondo, non si diano una mossa per rientrare a casa. Così, inaspettatamente, lei fa la sua proposta indecente e lui la traduce con finto candore: "Lei ti sta chiedendo se può rimanere stanotte in camera tua". Lolita sbatte le ciglione. Lui aggrotta le sue. La reporter è presa alla sprovvista. Chiede perché. Risposta di lui: "E' tardi e lei non sa come tornare a casa". Lolita apre la boccuccia di rosa: "I love you. What's your room's number?".

 

Pensa te, che cose da Babilonia. Una proposta indecente da una minorenne in un albergo di Baghdad di fronte al suo presunto o possibile moroso. A conferma che tutti gli stereotipi andrebbero rivisti subito. Ma è una storia troppo inconsueta e troppo hard per essere vera. Perchè, in quel mezzo minuto di veloce ragionamento che la reporter si prende, le note stonate si contano l'una dopo l'altra su quel rigo musicale sghembo: la strana coppia, quella mancanza di inibizione così sfacciata, la richiesta del numero della camera.

 

Fare venire allo scoperto i propri dubbi diventa, a quel punto, necessario. "Are you lesbian?", domanda la reporter. La falsa Lolita si produce in una espressione interdetta. Il ragazzotto perde il suo atteggiamento da controllore. "Ok, you're not lesbian. You're a spy", provoca la reporter. L'effetto conferma la causa: i due dicono "what?" all'unisono. Hanno compreso benissimo. "No, no, no, it's a misunderstanding", strilla lui. Lolita ha perso ciglia e sopracciglia, socchiuso gli occhioni, e adesso ha tirato un passo indietro, verso il ragazzo.

 

"Really? You're not a good actress. Study more, baby", li apostrofa la reporter. Chiaro, limpido. Non è il caso di perder tempo. I due si girano sui tacchi e vanno via, così alla chetichella. Peccato, non ci sono più i servizi segreti di una volta. Il metodo Stanislaviskij piace solo ad Al Pacino, al signor ministro e alla vecchia Stasi.

 

PS: questo testo segue la tecnica dello straniamento di brechtiana memoria

 

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