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Idelfonse staziona fuori dalla Chiesa di San Francesco alla Dahra. È l’unico africano cristiano che accetta di parlare, la domenica mattina, prima della messa. Qui, nella Libia post-Gheddafi non si sbottonano in tanti, specie quando dall’altra parte del Mediterraneo arrivano notizie inquietanti sugli effetti della guerra verso i sub-sahariani. “Non so cosa vi vanno raccontando, ma per chi vive a Tripoli e lavora onestamente oggi è molto meglio di prima”. Idelfonse ha 51 anni. È emigrato dal Ruanda in guerra 20 anni fa. Ha quattro figli e uno è con lui, stamattina. “Lavoro da anni nel settore dell’energia. In Libia non mi sono mai trovato male e nessuno mi ha dato fastidio perché sono cristiano o di pelle nera. Di sicuro le persone si sentono più libere, adesso. Per me, comunque, l’importante è non perdere il lavoro”. Nathaniel, pakistano, si avvicina e annuisce. Cristiano anche lui ma protestante, fa il gioielliere. La moglie lavora in ospedale come infermiera. “Finora a Tripoli ho vissuto bene: da oggi in poi si vedrà ma per gli stranieri asiatici non penso ci saranno problemi”. Nathaniel, come altri protestanti, passa spesso dalla Chiesa di San Francesco, l’unica della capitale aperta al culto cattolico. “Il vescovo è un buon punto di riferimento per tutti”. Dentro, il vicario apostolico Giovanni Martinelli benedice chi gli si avvicina.

“Anche a me pare proprio che accada il contrario. Sugli africani, non c’è più il razzismo e l’accanimento dei tempi di Gheddafi che li strumentalizzava. Bisognerebbe comunque insistere per cancellare dall’immaginario collettivo l’equazione africano/mercenario e il nuovo governo dovrà adoprarsi con tutte le forze”. Questa rivoluzione, almeno qui a Tripoli, è stata un travaglio. Mica facile liberarsi del fantasma di Gheddafi dopo 40 anni di radicamento nel sistema, secondo Martinelli. “E c’era chi ci stava bene, anche materialmente”, dice.

Posto che il vescovo continua a condannare i bombardamenti già avvenuti, gli sembra che “questo liberarsi di Gheddafi sia equivalso a scrollarsi di dosso qualcosa che dà fastidio alla psicologia del libico”. Cosa? “Pregiudizi, realtà diseguali, modi di fare arroganti”. Come quelle che, dopo anni di silenzio, il quarantenne Mubaker, di passaggio nell’ufficio del vescovo, racconta: “Gheddafi non era un libico, era un uomo malato. Ma vi sembra giusto che in tutti questi anni di dittatura, se denunciavi una disfunzione in una struttura di servizio, come un ospedale, rischiavi di finire in prigione?” Però, il vescovo sostiene che se c’era una cosa buona, era questa: “Gheddafi, intorno alla fierezza beduina, è stato in grado di creare coesione sociale e ammirazione in altri Paesi musulmani, e nell’Unione africana. Ha lasciato un potere morale che ha trascinato e ha attirato tanti”. E il pericolo fondamentalista non c’è? In un Paese in cui i cattolici sono appena 50mila, quasi tutti stranieri, dove ci sono solo 13 sacerdoti e 70 religiose, pochi centri di assistenza sanitaria (14) e di culto, e dove non esiste una comunità cristiana indigena, “il dichiararsi musulmano, è un fattore di orgoglio identitario”, dice Martinelli. Che sottolinea: “Non c’è alcun pericolo per i cristiani, basta porsi sul piano dell’amicizia personale. Quel che cementa gli animi, in Libia, è il sentirsi parte di un clan, di una famiglia. Il che equivale alla condivisione di valori umani: il rispetto, la sincerità. Anche un cristiano può esser accettato in casa e nel cuore di un libico musulmano. Se lo è, nessuno baderà alla sua appartenenza religiosa. Se può servire dirlo, è capitato anche a me”.  

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