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La fine dell'età forte

 


I miei primi 40 anni era un film, andato in distribuzione nel 1987, con una svettante e bellissima Carol Alt per protagonista, che dava corpo al bilancio dell'educazione sentimentale di una nota contessa italiana. Nel mio immaginario di ragazzina - come ero allora - questa frase coincideva con una dichiarazione di prossima menopausa e, nello stesso tempo, di esternazione delle prodezze sessuali che si possono affrontare nell'età' delle cosce toniche e delle chiome che valgono.

Adesso che ci sono arrivata, più che con la Marina Ripa di Meana, concordo con la storica intellettuale e femminista Simone De Beauvoir che, parlando di età forte, scriveva: "Ero felice e questo, per il momento, mi bastava. Però no, non bastava. Non era affatto questo che mi ero aspettata da me” Cosa vuol dire essere felici ma, pur essendolo, non esserlo? Simone scrive:"Mi rimproveravo l’eccessiva facilità della mia vita; al principio mi inebriò, ma presto ne provai un certo disgusto” E non posso non essere d'accordo con lei. I trent'anni sono la concretizzazione carnale del superomismo: hai la certezza che ogni tuo passo sia foriero di passi successivi, che ciò che pianti allora crescerà vigoroso, sei certo che il corpo sia votato al piacere. La malattia è lontana, la morte non esiste.


Ma poi succede qualcosa che ti fa rinsavire e che ti restituisce alla condizione di essere umano completo, pieno di debolezze ma che di quelle si fa forza: la fine di un amore, la nascita di un figlio con la certezza che non sarai mai un perfetto genitore, la morte di un padre o di una madre, una malattia che tutti dicono incurabile. Oppure l'esperienza del viaggio, quello vero, lontano, nel cuore del diverso, del non conosciuto. La conoscenza della povertà e della guerra di altri mondi, della tortura e dell’ umiliazione, ma senza disperazione, degli altri. Sai che solo la rassegnazione e una fiducia incrollabile in Dio li tengono in piedi.

Di fronte alle debolezze dell'essere umano cos'è dunque quella felicità che dicevi di provare? La vita vale la pena viverla in funzione della ricerca di quella felicità? E, se conquistata, una volta conquistata, questa felicità è bastevole? Essa - intendo quella felicità - non è tutto ma non è nemmeno nulla. E’ solo qualcosa di importante ma non totalmente la più importante della tua vita.

Dunque cosa è importante? I 40 anni insegnano una cosa, che spiega perché qualcuno li abbia chiamati "giro di boa": insegnano che ciò che conta è la vita stessa, il suo respiro, la sua essenza. Il suo tendere verso la sua fine che ne rende il presente - ogni presente - prezioso e inestimabile. Insegnano che - a prescindere dal credo o dalla filosofia che diciamo di praticare - bisogna vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo, come se dovessi morire domani. In quel presente, con tutto il suo carico di umana responsabilità, è il segreto della felicità consapevole. Consapevole della sua debolezza e della bellezza delle piccole cose.

L’autore del Salmo 90 pregava Dio così: "Insegnaci, Signore, a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”. Ecco, se siamo all'inizio di un percorso che vale la pena concludere nel migliore dei modi, sarebbe bello saper far di conto. E verificare, una volta arrivati fino in fondo, quel che si augurava Moulana Jalal al-Deen Rumi che, nella sua saggezza sufi, non avrebbe avuto voglia di vedere processioni pietose sul suo corpo temporale bensì di essere ricordato in una certezza di immortalità impietosa. Rumi diceva:”Quando saremo morti non cercate nelle nostre tombe sotto terra, le troverete nel cuore degli uomini”.

Anche lì, nel cuore degli uomini incontrati, incrociati, attraversati, sfiorati, sarebbe opportuno che qualcuno facesse sempre i conti, a conti fatti e giochi finiti dell'età forte, fortissima.

 

Così vicini, così lontani: homeless in Catania

homeless

La serata non stava andando nel migliore dei modi. Eravamo una decina, attoniti e preoccupati, attorno a M. e Johnatan. Dopo quella frase non era facile capire cosa sarebbe potuto succedere. Lui, Johnatan, aveva urlato in faccia a M. una roba  poco piacevole, una cosa del tipo: "Stai zitto, faccia di prete del cxxxo, stammi lontano, pezzo di mxxxa di chiesa, mi fai schifo perchè mi giudichi". Ma M. non è mica un prete. E' un ragazzo credente, colto e pieno di idee. Avrà pure avuto la faccia da prete (che poi cosa vuol dire avere la faccia da prete?) ma chi lo conosce bene sa che non ha nessuna voglia di giudicare il prossimo suo. Eppure Johnatan l'aveva puntato. E adesso, il resto della serata - in sintesi, se risolverla con un'amicizia o con una pugnalata - dipendeva solo dai suoi nervi.


A piazza della Repubblica, a Catania, la notte non si è mai soli. Un principio che vale per chi dorme sotto le stelle, cioé sotto i portici. Qui, da qualche mese, i senza tetto hanno creato una enclave, un sorta di tenda circondata per due parti da un muro, per una da filo spinato e per la quarta riparata da un paio di lenzuoli, stesi a mo' di separè, in modo che i ratti, se vogliono, chiedano permesso prima di entrare. Ogni sera i senza tetto ricevono la ronda dei volontari, da quelli strutturati e riconoscibili, come Caritas e Cri, ad altri, non improvvisati ma organizzati sul passaparola.


Stasera è Natale e i soliti noti della ronda decidono che l'unione fa la forza. Così cattolici, cristiani avventisti, mormoni e seguaci di Sai Baba si mettono insieme e fanno a gara ad assistere, portare da mangiare, vestire, parlare, fare amicizia. Con alcuni homeless è più facile, con qualcuno persino divertente. Con Johnatan no.


Abdoulaye, Eyoume e Modou sono figli dell'emergenza Libia 2011. Tutti arrivati con i barconi. Due dalla Libia, uno dalla Tunisia. Uno è maliano, un altro burkinabè. I volontari che parlano inglese (due) son facilitati nella comunicazione, gli altri si aiutano con un po' di italiano e molti gesti o stanno solo a guardare. E così capisci che sono seduti vicini ma sono lontani, lontanissimi. Uno dei due africani ci ha messo due giorni per affrontare la traversata, quasi due anni fa, un altro due settimane. Uno è arrivato via terra. Su una cosa sola sono d'accordo entrambi: "Vabbè che ci portate da mangiare e vestire ma noi vogliamo lavorare". Vallo a spiegare ai volontari: molti di loro sono precari e disoccupati e grazie che ci sono dei genitori pensionati disposti  a prederseli sul groppone.


Che beffa deve essere stata questo pezzo della vita per Abdoulaye, dormire per terra nella piazza intitolata all'uguaglianza tra cittadini, allo strumento per eccellenza della volontà popolare. Ma, in fondo, di cosa si dovrebbe lamentare? Lui non è un cittadino italiano. E' un cittadino del mondo. E alla nostra Repubblica, l'appartenenza al genere umano sembra davvero troppo poco per concedere una carta d'identità.


Un chilometro più in là, sotto altri portici, ci sono i polacchi, Vask e Tamara. Braccianti, da diversi anni in Sicilia, saltano da una serra all'altra. Odiano il pomodoro, guai a parlare loro di pomodorini che raccolgono un paio di mesi l'anno. Entrambi sono braccia strappate all'industria dell'Est. Tamara, per non farsi sopraffare dalla malinconia, beve. Racconta dei figli che non vede da anni, dell'errore di essere scappata da casa con uomo poco di buono, della vergogna di tornare indietro, della coinquilina che l'ha sbattuta fuori perche beve, degli uomini, compagni di (s)ventura che la notte allungano le mani su di lei perchè, insomma, hanno bisogno pure della figa. "Ma io mi difendo, sai, io mi difendo". Stasera ci ha chiesto acqua francese. Ma noi non ne abbiamo. Mi dispiace Tamara: no vodka no party, non sono George Clooney.


All'inizio mi ero chiesta se Johnatan fosse uno di quelli in cerca di figa. Poi ho capito che no, non era possibile. Ci ha chiesto soldi tutta la sera e aveva pensato di mettere le mani adosso a M. (il ragazzo con la "faccia da prete") perchè M. era contrario all'idea di dargli alcuni euro. Nessuno riusciva a capire bene la sua storia anche perchè Johnatan, che ha cinquantanni ma li porta da dio, parla solo inglese e tedesco, nonostante conosca tutto il repertorio di bestemmie in italiano. Ha una fama di violento: meglio starci lontano, dicono. Invece, non ho capito perché, aveva deciso che quella sera l'avrei aiutato io. E io ho deciso che sì, quei pochi soldi glieli avrei dati.


Cosa poi ci avrebbe fatto, Dio solo lo sa. Forse droga, forse no, forse la telefonata in Germania che diceva di voler fare. Appena i soldi spariscono nella tasca dei suoi pantaloni, si solleva la T-shirt per farmi vedere sul suo petto magro e nervoso la controluce sulla pelle di una piastra di peacemaker: mi dice che è malato da anni di aids e che per questo ce l'ha con i preti, perchè uno di loro gli aveva detto che quella malattia era una punizione per i suoi comportamenti sessuali.


Non credo che Johnatan sia gay, ma non posso escludere che non lo sia del tutto. Il suo viso è duro e triste come quello di un bulldog, le mani affusolate, bianche e lisce, come quelle di una pianista quindicenne.


Mi aveva detto che non mi avrebbe mai dimenticato mentre gli accarezzavo il viso come avrebbe fatto una Madre Teresa de noantri. Alla fine, sarà andato a recuperare acqua francese per sé o per la prima Tamara di passaggio. Di questo ne sono sicura. Se c'è vodka, c'è party. E stasera è Natale.

 

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