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Ditelo con una graphic novel

BattgirlVale la pena raccontare le storie per immagini? E, soprattutto, quanto e quando ne vale la pena? Me lo sono chiesta parecchie volte durante i miei viaggi, dopo avere incontrato persone diversissime ed essermi imbattuta in storie degne di essere raccontate ma che, con molta probabilità, non avrebbero trovato spazio nei media tradizionali. Così, quando ho capito che i quotidiani e le televisioni sono abbastanza inclini a silenziarle del tutto, perchè l'ennesimo rifugiato politico non fa notizia o perchè una donna violata non è, in quel momento, funzionale all'agenda geopolitica, mi sono detta che sì, ne vale la pena. Di più, diventa un dovere, una necessità.


Per questo Battgirl, nata come mio alias e caricatura, è diventata anche una graphic novel. Insieme alla bravissima Paola Cannatella abbiamo deciso ogni mese di raccontare una storia, tra quelle in cui Battgirl si è imbattuta, con il linguaggio dei comics. In questo nuovo spazio, che è un sito dentro il sito, troverete storie vere, incontri veri, i cui protagonisti diventano personaggi da fumetto, con le modifiche e le verosimiglianze del caso. Obiettivo: dare una voce "tutta da vedere" agli ultimi e raccontarvi quel che i media non dicono.

La prima puntata si intitola "Le due sponde" ed è un omaggio a due Paesi splendidi che si allungano sullo stesso Golfo: Iraq e Iran. Due facce di una stessa medaglia il cui valore viene pagato a caro prezzo, da entrambe le parti, da donne coraggiosissime.

 

Baghdad dieci anni dopo: perché rischiamo una celebrazione patetica

Il primo articolo su cui cade l'occhio si apre con questa frase: «Era una notte limpida a Baghdad». Un altro recita: «Sono passati dieci anni dall'Iraq dopo i conti di una guerra sbagliata». ll terzo: «Chi non si ricorda della statua di Saddam...». Poi, ce n'è uno di Peter Beaumont, che mi sbatte sul muso la storia di un tizio, un Abu Mohammed tra i tanti. Uno che infila la porta di casa, sbaglia crocicchio, lo fermano le milizie e gli sparano a un piede, così, per sport. Perché questo è l'Iraq. Questa è Baghdad oggi.

Ma il fatto che oggi si celebri il l'"anniversario" e che i media, dopo dieci anni, scrivano, senza se e senza ma, che questa è stata "l'occupazione americana", non deve farci piacere. Gli stessi media che oggi si scagliano contro gli Stati Uniti solo perché il mostro di Abu Ghraib venne scoperchiato in (quasi) tutti i suoi dettagli, dieci e meno anni fa; gli stessi che si eccitavano alla vista dello "spettacolo" di Baghdad bombardata; ancora gli stessi che mediatizzavano uno dei peggiori crimini del mondo occidentale contro l'Oriente e contro uno dei simboli della cultura di tutti i tempi come il trionfo della liberazione; tutti costoro lo hanno fatto per compiacere il popolo bue, guadagnare più soldi e sperare dalla comunità internazionale che venisse loro garantita una unità da embedded per l'inviato di turno.


I MEDIA: SILENZI E BUGIE


A distanza di dieci anni, (quasi) tutti scrivono che "la guerra, strisciante, non è ancora finita". Intendono che il Paese non ha la stabilità, la pace e che l'esportazione della democrazia promessa è stata un fallimento. Ma guardiamo le ragioni che accampano come cause: 1. al-Qaeda 2. il conflitto "religioso" sunniti-sciiti 3. un governo che non ha abbastanza risorse per portare avanti da solo gli sforzi della ricostruzione.
I media continuano a mentirvi. Vi dicono mezze verità. Perché? Primo: l'espansione nella regione di al-Qaeda (che non si chiama al-Qaeda bensì Jama'at al-Tawhid wal-Jihad - جماعة التوحيد والجهاد‎, Gruppo Monoteistico per la Resistenza - e successivamente Tanzim Qaidat al-Jihad fi Bilad al-Rafidayn, vale a dire Organizzazione per la Jihad basata in Mesopotamia) è l'effetto e non la causa di questo disastro sociale.
2. il conflitto non è religioso ma principalmente etnico, politico e, rispetto alle minoranze designate fin dal governo di transizione, risponde a interessi geo-politici e allo sconfinamento dell'influenza dell'Iran nella regione.
3.Il governo ha ricevuto e riceve aiuti a pioggia dagli Stati Uniti e dalla comunità internazionale ma, semplicemente, questi soldi non vanno a finire nelle casse giuste.

Come sempre, la rappresentazione di questo buco nero che è l'Iraq nei media occidentali internazionali, è del tutto parziale e minimale. Perché? Prima motivazione: l'ignoranza dovuta alla mancanza di cronaca diretta, sul posto. Per tutti i giornalisti occidentali che si sono dati un gran tono perché erano stati in Iraq embedded durante la guerra, nemmeno un quarto di loro ha mai più raggiunto, attraversato, semplicemente annusato l'Iraq dopo l'exit strategy americana. Vi risponderanno che andare in Iraq è impossibile. No, non è impossibile. Sì, è pericoloso. Ma quale vero lavoro di cronaca non lo è?

Seconda motivazione: chi spinge la comunicazione d'agenzia deve far passare questo messaggio: l'Iraq è un Paese nel baratro. Morti e autobombe sono il pane quotidiano. Si ammazzano tra di loro. Abbiamo esportato la democrazia ed è andata male perché loro non sanno governarsi da soli. In queste affermazioni ci sono elementi di verità ma manca l'altra faccia della medaglia.

Terza motivazione: tra i pochi giornalisti che sanno e che sono andati in Iraq nessuno accetterà che scrivano una serie di cose. Che vi raccontino, appunto, l'altra faccia della medaglia, le contraddizioni delle Mille e una Notte violate.


LA LUNA NERA DELLE MILLE E UNA NOTTE VIOLATE

Mai sentito, per esempio, che oltre alle militias organizzate, sunnite e sciite, esiste anche una protesta pacifica che si chiama "Iraqi Spring", un movimento che ha diverse anime, da Musul a Tikrit (sì, esattamente il terribile triangolo sunnita)? Un movimento che è nato, banalmente, da una esasperazione collettiva. Dopo due giorni di piogge a dicembre e la metà delle città dell'Iraq centrale sommerse dall'acqua, con effetti drammatici (case, strade allagate, auto galleggianti, ragazzini che tentavano di andare a scuola camminando su cordoni di sedie in fila sui marciapiedi, per poi trovare i plessi allagati), i cittadini hanno detto basta, adesso tocca a noi. Leggete su questo link chi è Omar Al Adami.


SOPRUSI

Cosa contestano queste persone? La mancanza di servizi al cittadino, la corruzione, l'arroganza del potere. Un esempio per tutti (i media occidentali lo hanno mai raccontato?) è il caso delle guardie del corpo del vice presidente Adel Abed Al Mahdi, membro della coalizione sciita al governo guidata da Nuri Al Maliki. Le sue guardie del corpo hanno usato la forza di giorno, nel centro di Baghdad, nella sede della Al Ziweia Bank, uccidendo le guardie giurate ed estorcendo milioni di dollari alla banca. L'"incidente" è stato documentato in tv e su tutti i media iracheni. Il vice-presidente si è semplicemente scusato e ha restituito i dollari rubati ma nessun uomo della sua sicurezza è stato sottoposto quantomeno ad interrogatorio. Hanno ragione molti cittadini iracheni nel dire che la legge non è uguale per tutti?



CORRUZIONE

Patrick Cockburn avvertiva in una inchiesta dell'Independent, nel 2009: "La mazzetta in Iraq è uno stile di vita". Nel 2013 non è cambiato nulla. Secondo il Corruption Percepions Index 2012, l'Iraq è il quinto Paese più corrotto al mondo su 176 ed è il più corrotto in assoluto in Medio Oriente. Qui si paga per ottenere un lavoro, andare dal medico, avere il passaporto. E se il cittadino non è in grado di pagare (e lo è la maggior parte della popolazione) non usufruirà del servizio finché non troverà un altro metodo di pagamento, sotto minaccia di molestie e violenze.

C'è anche l'economia sommersa, a cui parteciperebbe almeno il 70% della popolazione irachena a vario titolo: da chi è impegnato nel mercato nero del petrolio (quantificabile nel 10% del traffico complessivo all'interno del Paese e nel 30% verso l'estero), a chi si dedica al commercio illecito di armi e attrezzature mediche ospedaliere; fino a tutti i membri della polizia, ai giudici e ai funzionari corrotti che intascano tangenti e mazzette per i motivi più futili e che costano alle tasche dei cittadini iracheni circa 4 miliardi di dollari l'anno.


PROGETTI, RICOSTRUZIONE

Le cause di tutto questo vanno ricercate in un binomio esplosivo: i 13 anni di sanzioni a cui il Paese è stato sottoposto dalle Nazioni Unite, dopo l'invasione del Kuwait, da una parte; dall'altra la più grande operazione di state-building mai registrata prima, e in atto dal 2003. Un insieme di azioni militari, umanitarie ed economiche che costa agli americani 65 miliardi di dollari l'anno e di cui usufruiscono esclusivamente le élite al potere. Soldi che vengono settimanalmente volatilizzati dentro la Banca Centrale Irachena in oscure operazioni all'estero.

Tra gli ultimi programmi di sviluppo, l'Unido ha lanciato il Teirq10006, per lo sviluppo della zona industriale di Baghdad. A questo progetto, che ha la benedizione di nove rappresentanti del governo iracheno, tra cui il Ministro dell'Industria e Minerali e 11 rappresentanti di organizzazioni internazionali, partecipa l'Italia come Paese donatore. Obiettivo: creare una Road Map industriale intorno a Baghdad che possa rappresentare un modello per lo sviluppo di altre zone industriali in tutto l'Iraq, da Bassora ad al-Anbar, passando per Erbil. Per rendere operativo il progetto, Unido chiede una definizione necessaria dei confini della zona industriale, un assetto giuridico che eviti gli effetti di free-low zones, un controllo sul territorio nazionale e non municipale, la privatizzazione sostanziale delle attività, la razionalizzazione e l'assicurazione delle risorse primarie per l'area industriale, specie acqua ed energia elettrica. In questo progetto non si fa menzione delle necessità dei civili iracheni.


PETROLIO

Nel 2009 e 2010 il ministero del Petrolio del Governo federale iracheno ha realizzato due gare d'appalto per lo sfruttamento di una ventina di giacimenti di petrolio nel Centro-Sud. Il primo round riguarda i contratti di servizio tecnico della durata di 20 anni, mentre un secondo round, della stessa durata, ha visto la firma di Contratti di servizio per lo sviluppo e la produzione. Con questi ultimi le compagnie possono effettuare operazioni di esplorazione, sviluppo e produzione lasciando allo Stato il 25% degli interessi totali.

Le compagnie che si spartiscono il bottino rispondono ai nomi di Bn, Cnpc, Exxon, Shell, Eni, Korea, Nippon Oil, Petronas, Lukoil, Total, Japex, Gazprom, Kogas, San Leon, Sonagol, Tpao. Vale a dure: Usa, Cina, Giappone, Francia, Italia.

L'insieme dei giacimenti contiene il 60% delle riserve di tutto l'Iraq. Secondo il ministro del Petrolio iracheno nel 2014 la produzione dovrebbe raggiungere quota 6,5 milioni di barili al giorno, più del doppio della attuale cifra di 2,7. Le previsioni più ottimistiche parlano di 12 milioni di barili per il 2017, quasi cinque volte la produzione attuale come sostiene lo scenario energetico profilato per il 2030 dalla British Petroleum.

Ma tutto questo sistema si poggia sul fragile equilibrio tra il governo del Kurdistan iracheno (dove sono stati identificati altri giacimenti di petrolio e gas ancora non sfruttati), il governo federale iracheno e il governatorato di Bassora, dove si trova il pozzo di Rumaila, uno tra i primi dieci giacimenti del pianeta. La disputa tra questi tre attori sulla gestione delle risorse è tra le cause principali dell'instabilità dell'area. Una disputa che risale al 2007, quando il governo regionale curdo aveva predisposto la firma di 41 contratti di produzione e vendita relativi ai giacimenti nelle sue regioni, emanando una sua legge regionale sullo sfruttamento delle risorse. Allora era stato il governo di Baghdad ad accusare il KRG di scarsa trasparenza dichiarando illegali e decaduti tutti i contratti. Oggi, in segno di protesta e additando le stesse accuse contro il governo federale, i curdi hanno incrociato le braccia e chiuso la produzione dalla fine del 2009 all'inizio del 2011. E non contenti della nuova legge su petrolio e gas, hanno chiuso i rubinetti di nuovo.


CONTRACTORS

Nel 2004 il Times di Londra scriveva: «In Iraq, il business del dopoguerra non è il petrolio. E' la sicurezza». Il numero di contractors aumentava infatti di mese in mese, fino a raggiungere numero pari a quello delle truppe Usa dispiegate in Iraq nel 2010. Attualmente, circa il 90% degli occidentali che si recano in Iraq per lavoro sono contractors. Un esiguo 10% è composto da dipendenti di aziende con interessi sul territorio e personale diplomatico. Non sappiamo esattamente quante decine di migliaia di mercenari siano presenti nel Paese, ma le violazioni dei diritti umani da parte dei contractors sono gravi e la loro impunità pressoché totale.

Come riporta un dettagliato rapporto dell'associazione catalana Novact, gli iracheni hanno subìto stragi come quella di Nisoor Square a Baghdad, nella quale diciassette civili sono stati uccisi e ventiquattro feriti durante una sparatoria dai mercenari della compagnia americana Blackwater. La stessa è stata coinvolta tra il 2005 e il 2007 in almeno altri 195 incidenti per l'uso di «tattiche di combattimento aggressive» in varie città dell'Iraq. Oltre 250 persone sono state torturate ad Abu Ghraib dove compagnie come Titan/L-3 e Caci avevano in appalto i servizi di sicurezza. Mentre i soldati occidentali coinvolti in tali crimini vengono spesso portati davanti a una corte (seppure vengano poi generalmente assolti o subiscano pene simboliche), i mercenari sfuggono alla giustizia. Non vi sono modalità chiare affinché le vittime o le loro famiglie possano denunciare i crimini, chiedere giustizia, ottenere indennizzi. E' per questo che gli Stati appaltano volentieri alle Pmsc (Policy Management Systems Corporation) gli interrogatori dei prigionieri nelle carceri.

Se trapelano notizie di torture, non sarà responsabilità politica del governo, e gli agenti non verranno comunque consegnati alla corte militare. Se un contractor muore non riceve gli onori militari, e non compare soprattutto nell'elenco dei soldati morti in guerra che tanto pesa sulle spalle dei politici in campagna elettorale. I mercenari sono flessibili: se ne servono cinquanta tra due giorni per un'operazione urgente li si ordina e l'agenzia li spedisce sul campo, già formati ed equipaggiati. Nella peggiore tradizione delle privatizzazioni, gli Stati finiscono così per prediligere questi «soldati a noleggio» ai soldati regolari, nonostante il costo altissimo che questo comporta per i bilanci pubblici.


SALUTE, MALFORMAZIONI, ACCESSO ALLE STRUTTURE SANITARIE

La guerra in Iraq ha provocato una complessa rete di effetti collaterali sulla popolazione indifesa. A subirne le conseguenze sono soprattutto i bambini concepiti durante e dopo il periodo del conflitto. Bassora e Falluja sono tra le città più colpite da questo fenomeno, ma è a Falluja che si registra il vero allarme malformazione infantile. Secondo uno studio pubblicato sul "Bullettin of Environmental Contamination & Toxicology", dal titolo Metal Contamination and Epidemic of Congenital Birth Defects in Iraq, più del 50% dei nascituri a Falluja, tra il 2007 e il 2010, è nato con una malformazione. Anche i dati degli aborti sono significativi. Se prima degli attacchi del 2004, circa il 10% delle gravidanze si concludeva con un aborto spontaneo, il tasso è salito del 45% nei due anni successivi agli attentati.

La malformazione infantile è sicuramente legata all'esposizione ai metalli e all'uranio impoverito; a causa delle bombe e proiettili utilizzati nel corso degli ultimi decenni. Secondo lo studio, ci sono prove che collegano le malformazione dei bambini nascituri con l'elevata esposizione delle madri a metalli pesanti come il mercurio, l'uranio impoverito e il piombo. Le autorità militari statunitensi hanno però risposto di non essere a conoscenza di alcun rapporto ufficiale che indica un aumento di malformazione tra i nascituri in Iraq. Il governo centrale di Al-Maliki non consente ai giornalisti che indaghino questi aspetti sanitari l'accesso libero alle strutture di Bassora e Falluja. La BBC lo ha dimostrato

 


LIBERTA' DI STAMPA

I rischi che corrono i giornalisti iracheni che cercano di fare bene il loro lavoro sono cambiati notevolmente nel corso degli ultimi due anni. Il pericolo da cui guardarsi non sono più gli attacchi dei miliziani o dei gruppi terroristici. La minaccia arriva soprattutto dalle autorità o da personaggi politici impediscono l'accesso a determinate zone. I procedimenti legali per diffamazione contro i giornali sono diventati comuni. I mezzi di comunicazione che non sono pro-governo non possono sottrarsi a questa pressione, idem per i giornalisti che lavorano in Kurdistan.

Accanto ai procedimenti giudiziari, aumentano le minacce per la sicurezza e il benessere fisico di alcuni giornalisti indipendenti. Alcuni esempi: il giornalista Ahmed Abd al-Hussein, del quotidiano governativo Al-Sabah, ha ricevuto minacce di morte ed è stato il bersaglio di una campagna persecutoria lanciata dal Consiglio Superiore Islamico dopo aver scritto un articolo, in data 4 agosto 2009, in cui sosteneva che il Consiglio fosse implicato in una rapina a mano armata in una banca di Baghdad alla fine di luglio 2009. Imad Abadi, un importante giornalista della televizione indipendente al-Diyar e attivista per la libertà di stampa in Iraq, è stato il bersaglio di un tentativo di omicidio a Baghdad la sera del 23 novembre 2009.

I casi più recenti: il giornalista francese Nadir Dendoune è stato arrestato il 23 gennaio 2013 e rilasciato su cauzione (dopo tre settimane di trattative) il 14 febbraio scorso, per poi essere estradato. Dendoune si era recato in Iraq per realizzare un reportage per Le Monde Diplomatique e Le Courier de l'Atlas, in occasione del decimo anniversario della invasione americana dell'Iraq. Era stato arrestato con l'accusa di scattare fotografie al quartier generale iracheno dei servizi di intelligence ma si è difeso dicendo che stava riprendendo un impianto di trattamento delle acque reflue. Ultimissima in ordine di tempo: il governo al-Maliki ha rifiutato di concedere il visto giornalistico a una troupe di Al Jazeera che desiderava recarsi a Baghdad in occasione dell'anniversario dell'occupazione americana del Paese.

Le autorità irachene hanno anche fatto ricorso alla censura online. Il ministero della cultura ha elaborato una legge per censurare alcuni siti web, ma la sua formulazione vaga e imprecisa potrebbe aprire la strada - se adottata dal Parlamento - a gravi violazioni del diritto all'informazione. Il progetto di legge per la protezione dei giornalisti promosso dal sindacato dei giornalisti è ancora in discussione in Parlamento.


CULTURA

Baghdad sarà la capitale della cultura del mondo arabo nel 2013. Ad aprile è prevista la cerimonia di apertura. Marketing o renaissance reale? Entrambe le cose. Renaissance reale sì, perché la città è piena di ragazzotti vitaminici e ragazze testarde, decisi tutti a non farsi bruciare il resto della vita da un passato che ha già eroso la loro infanzia. Il celebre caffè di Mutanabbi Street ricomincia a essere frequentato da poeti e intellettuali; appena una settimana fa l'università di Baghdad ha organizzato una incredibile maratona degli studenti per la pace; a ottobre è stata inaugurata una mostra sul re Faisal II nel Baghdad Cultural Center; in città, per opera soprattutto di giovani iracheni intellettuali, artisti, cineasti e di studenti universitari, sorgono fogli culturali e vademecum alle attività artistiche della settimana. "Baghdad Out" è una rivista che potete sfogliare on line su Issuu e che può servire da mappa per chi voglia orientarsi tra le iniziative in città.

Ma c'è del marketing anche a Baghdad? La risposta è sì. Il Festival del cinema di Baghdad, il BIFF, è una kermesse nata un paio di anni fa, una boccata di straordinaria normalità in una realtà funestata dalla morte. Ha avuto una funzione di traino verso le altre attività culturali della città per consentirle una ripresa lenta ma effettiva. Purtroppo la kermesse è ancora confinata in uno dei due hotel più sicuri della capitale, lo Sheraton Ishtar, ma sta vendendo bene il concetto di Baghdad come araba fenice.

Il BIFF è un progetto che risponde a grande voglia di rilancio della cultura irachena e gli organizzatori affrontano difficoltà grandi per poterlo mettere in piedi ogni anno. Il ministro della cultura Ibrahim al-Jaafari, in un incontro privato, disse a me a altri pochi altri ospiti che l'raq ha bisogno di essere esportato culturalmente nel mondo. Curiosamente citò Stanislavskji come suo punto di riferimento per il teatro, avendo scritto lui stesso decine di libri. Dico "curiosamente" perché, come si sa, una delle caratteristiche dei politici iracheni è il trasformismo. E in molti ci sono riusciti più che bene.


VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Non lontano nel tempo, il 28 agosto dell'anno scorso, 21 persone, tra cui tre donne, erano state impiccate in un solo giorno, incriminate per reati di terrorismo. Erano le ultime sentenze di morte di un anno in cui ne sono state eseguite ben 91 e per le quali si è levata anche la voce dell'Alto Commissario Onu per i Diritti Umani, Navi Pillay. Tra i 600 detenuti attuali, ci sono persone in cella da 7 anni, senza essere mai state interrogate, senza diritto alla difesa, torturate e costrette a confessare crimini mai commessi, a cui le forze di polizia speciali hanno minacciato e violentato le mogli e le sorelle. Le prigioni di Abu Ghraib continuano a onorare il loro primato senza sosta nel silenzio internazionale.


UN ABU MOHAMMED TRA TANTI

Così, a questo magnifico Paese non resta che rassegnarsi a essere comunicato nel modo sbagliato. Una storia che si ripete con la nostra vergognosa complicità. L'Abu Mohammed di turno sarà sempre il solito poveraccio che vive in un buco nero. E noi il solito popolo bue che utilizza il petrolio degli altri ma continua a non volere vedere a quale disgustoso prezzo.

Lo zoombie di Bassora

uomo col turbante

Chissà se il violentatore dei giardinetti del quartiere Giambellino aveva mai letto i racconti di Hassan Blasim. Chissà se Hassan Blasim lo avrebbe scelto come protagonista dei suoi racconti. Davvero non saprei. Fatto sta che la storia dell'homeless iracheno M.K. che a Milano ha stuprato alle 10 di sera la cassiera 42enne del bar di due strade più avanti avrebbe potuto essere benissimo figlia di uno degli incubi post-occupazione di Hassan Blasim.


Una pletora di morti viventi che emergono da pozze di orrore e oro nero dell'Iraq, zoombie pronti ad assumere altre identità per poi risputarle nel momento in cui la follia prende il posto della sanità mentale, non nel sogno ma nella realtà. Questa volta la follia dei vivi si manifesta in un pomeriggio d'inverno, tra una panchina scoperta e l'altra, in un giardinetto di alberi spelacchiati a Milano Sud, non troppo distante dalle pantegane del naviglio.


Chissà cosa Hassan Blasim avrebbe costruito sulla figura del violentatore iracheno che ogni sera si andava a distendere sulle sedie verdi, vicine, troppo vicine ai canali fetidi di Milano. Avrebbe scoperto che quell'uomo era nato a Bassora e che lavorava per una grande azienda straniera petrolifera prima della guerra del Golfo. Che durante la guerra contro l'Iran aveva ottemperato al servizio militare come copilota di mig di Saddam e che, fosse stato per lui, si sarebbe divertito a sabotare tutti i serbatoi degli aerei militari, solo per il gusto di vedere scorrere il gasolio e odorarlo come piaceva a lui. Avrebbe scoperto che al suo ritorno aveva fatto fortuna, diventando dirigente e che aveva spesso accettato inviti a cena dal dittatore per rassicurarlo che con quegli stranieri gli affari andavano benone. Ma si sarebbe indignato nel sapere che durante l'occupazione la sua attività preferita era stata quella di fare sparire le teste dei traditori in certi pozzi neri che solo lui conosceva e che, successivamente, si era precipitato a omaggiare il governatore sciita con un anello di ambra e una serie coupon di benzina da presentare in una famosa mega pompa in uscita da Bassora.


Magari lo scrittore provetto Blasim avrebbe capito che M.K. aveva una nostalgia pazza di quei canali, quei navigli signorili nella città veccia di Bassora. Presto li avrebbe visti degradare sotto il colore degli sversamenti petroliferi della sua azienda, tra cumuli di spazzatura e ratti grandi come gatti. Avrebbe capito che il violentatore corrotto non poteva stare lontano dal naviglio. Perchè gli piacevano le pantegane, l'acqua salmastra e il nero petrolifero dei suoi fondali.


Ma forse, Hassan Blassim, avrebbe fatto un unico errore. Avrebbe colto M.K. nell'atto dello stupro come un ladro nel sonno, immaginando che l'aggressione fosse stata consumata solo nella sua immaginazione. Invece la realtà supera sempre la fantasia e, stavolta, il migrante disgraziato non ne aveva potuto più. Su quella panchina aveva trascinato una donna conosciuta che nel suo immaginario vedeva sgraziata come una giraffa, con un culo piatto da fare schifo e due tette che sembravano due bottoni, con la finaltà di scoparsela dopo otto mesi di magra, finalmente. Quella puttana occidentale. Se M. K. avesse avuto una tanica di benzina a disposizione gliel'avrebbe anche gettata addosso e dato a fuoco.


Ma pensandoci bene, alla fine, non l'avebbe fatto mai. La benzina costa. E crepi l'avarizia è un proverbio che nella legge della strada non l'ha mai biascicato nessuno, nemmeno per scherzo.

 

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